Vincenzo Bellini

“La sua personalità era come le sue melodie: seducente, affascinante quanto sensibile… Di pensiero era acuto e di sentimenti vivace… Vincenzo BelliniSapeva molto bene ciò che voleva, ed era tutt’altro che il tipo dell’artista ingenuo e istintivo che certuni raffigurano” (Ferdinand Hiller) Figlio di Rosario, organista, compositore di musica sacra e maestro di cappella, e di Agata Ferlito, segue le prime lezioni di musica con il nonno Vincenzo Tobia e con il padre, dimostrando subito di essere un fanciullo dotatissimo musicalmente: secondo un documento dell’epoca, a soli cinque anni sa già suonare il pianoforte “in modo degno di ammirazione” e dà prova di un orecchio e di una memoria musicale straordinari. Scrive la sua prima partitura (Gallus cantavit) a sei anni e si fa presto conoscere come compositore ed esecutore di canzoni e musica strumentale nei più esclusivi salotti cittadini e come organista e compositore di musica sacra nelle varie chiese. Tutta la città natale adora questo grazioso ed elegante giovinetto, d’indole nobile e simpatica. Grazie ad una borsa di studio del Comune di Catania, nel 1819 entra nel conservatorio di Napoli, dove è compagno di Saverio Mercadante e studia con Giacomo Tritto e, dal 1823, con Nicola Zingarelli, allora direttore della prestigiosa scuola musicale. Nel 1825, in occasione del saggio finale del corso di composizione, presenta l’opera semiseria Adelson e Salvini, eseguita dagli allievi (rigorosamente solo maschi). Grazie al successo ottenuto, il Teatro San Carlo di Napoli gli commissiona subito una seconda opera, Bianca e Fernando, che va in scena nel 1826. Dopo il trionfo anche di questa produzione, si interessa di lui Domenico Barbaja, all’epoca considerato “il principe degli impresari, che gli ordina un lavoro per il Teatro alla Scala: nasce così Il Pirata (1827), grazie al quale la fama di Bellini si diffonde rapidamente sia in Italia che all’estero. In questo stesso anno decide di trasferirsi a Milano per ovvi motivi di lavoro, ma anche per dimenticare l’infelice passione per giovane napoletana Maddalena Fumaroli, con la quale avrebbe dovuto sposarsi. Il libretto de Il Pirata è elaborato da Felice Romani, con il quale inizia una profonda amicizia ed una feconda e lunga collaborazione: il compositore si rende conto di come lo scrittore sia, con i suoi vibranti testi, uno stimolo congeniale alla sua ispirazione e riesca a soddisfare le nuove esigenze drammatiche ed espressive che si stanno sviluppando in quegli anni. Da questa positiva collaborazione nascono ancora le opere La Straniera (1829), Zaira (1829), scritta per l’inaugurazione del nuovo Teatro Ducale di Parma, I Capuleti e i Montecchi (1830), La Sonnambula (1831), Norma (1831) e Beatrice di Tenda (1833). Subito dopo I Capuleti e i Montecchi Bellini si rende perfettamente conto di aver raggiunto la piena maturità artistica ed un grandissimo successo: “Adesso il mio stile à incontrato nei primi teatri del mondo…. ed à incontrato in modo da fanatizzare”. Ma nello stesso anno compare per la prima volta, con un attacco violentissimo, una grave forma di gastroenterite, malattia che lo accompagnerà fino alla morte. Passa un lungo periodo di convalescenza sul lago di Como, ospite delle famiglie Turina e Cantù. Con Giuditta Cantù, infelice moglie di Ferdinando Turina, ricchissimo fabbricante di seta e proprietario terriero, da tempo intrattiene una appassionata storia d’amore. Le malelingue ritengono che la relazione sia dettata da precisi e freddi calcoli, come lui stesso lascia intravvedere scrivendo nel 1828 a Francesco Florimo, lo storico della musica suo intimo amico e più accreditato biografo. Queste “cadute di stile” rendono difficile comprendere pienamente il suo carattere, come dimostrano le discordanti e dissonanti descrizioni dei suoi amici e biografi: “animo candido, dolce, riconoscente, modesto, passionato, infiammabile, ardito” (Florimo); “carattere vulcanico che presto si lascia infiammare” (Giovanni Ricordi); “il suo carattere era assolutamente nobile e buono. La sua anima rimase certo pura, né fu mai contaminata da alcuna bruttura” (Heinrich Heine) . Finalmente nel 1831 va in scena al Teatro Carcano di Milano La Sonnambula, seguita a ruota da Norma, accolta con freddezza alla Scala: “Fiasco, fiasco, solenne fiasco” scrive Bellini subito dopo la prima. Ma nelle serate successive il pubblico si rende pienamente conto di trovarsi di fronte ad un capolavoro e Bellini, rinfrancato, parte nel gennaio 1832 per un viaggio a Napoli e a Catania dove viene accolto trionfalmente. Dopo essersi occupato degli allestimenti di Norma a Bergamo e Venezia, presenta, sempre a Venezia, Beatrice di Tenda che si dimostra un totale insuccesso, anche se Bellini scrive che è certamente “non indegna delle sue sorelle”. La clamorosa caduta dell’opera ed i contrasti nati durante la sua preparazione lo portano a rompere la sua collaborazione con Romani. Bellini è ormai diventato una delle più ricercate personalità di Milano e si divide equamente tra i ricevimenti organizzati dall’alta società, le sue innumerevoli amanti ed il lavoro, che svolge con molta cura ed attenzione. In effetti è blandito da tutti gli impresari che tentano di avere una sua nuova opera, sicuri del successo, ma il compositore, che ad esempio non accetta mai di comporre opere comiche, è un oculato amministratore del suo genio e limita al massimo la sua produzione, differenziandosi così da Rossini e Donizetti, molto più prolifici: “…mi sono proposto di scrivere pochi spartiti, non più che uno l’anno, ci adopro tutte le forze dell’ingegno, persuaso come sono che gran parte del loro buon successo dipenda dalla scelta di un tema interessante, da accenti caldi di espressione, dal contrasto delle passioni”, scrive nel 1828. Mantiene questa promessa, anche perché è uno dei pochi compositori dell’epoca che riesce a mantenersi con i soli proventi delle sue opere, ottenendo i compensi più alti mai pagati in Italia fino ad allora. Nel febbraio1833 si trasferisce a Londra dove ha accettato un munifico contratto per allestire Il Pirata, Norma, I Capuleti e i Montecchi (con Giuditta Pasta) e La Sonnambula (con Maria Malibran). Ad agosto si trasferisce a Parigi per seguire la messa in scena de Il Pirata e I Capuleti e i Montecchi, che ottengono un enorme successo, e per le trattative snervanti e lunghissime per una nuova opera, I Puritani, su libretto di Carlo Pepoli, che vede la luce solamente nel 1835 “dopo un anno di vero sonno ferreo”. Durante questo periodo di inattività a Parigi diventa grande amico di Rossini (che dice di lui: “Aveva un’anima bellissima, squisitamente gentile”), Chopin, Paer; si dedica all’amata vita di società e conosce e si entusiasma per la musica di Beethoven (“E’ bella come la natura” dichiara dopo aver ascoltato al Conservatorio la Pastorale”). Viene insignito della prestigiosa onorificenza di Cavaliere della Legion d’onore, che gli fa capire di essere “al primo posto dopo Rossini”, anche se nel mondo teatrale parigino lo considerano, come lui stesso scrive a Florimo, “un poco fiero e pieno di fumo” e un dandy. Il 23 settembre 1835, mentre sta riflettendo su nuovi progetti, sia musicali che matrimoniali, muore in totale solitudine nella casa di campagna di Puteaux dove è tenuto praticamente in isolamento in quanto si pensa che sia contagiato dal colera. L’autopsia rivela poi che “è evidente che il Signor Bellini è deceduto a causa di un’infiammazione acuta dell’intestino, complicata da un ascesso al fegato”. Il 2 ottobre, dopo il rito funebre agli Invalidi “con Cherubini, Rossini, Paer e Carafa che tenevano ognuno un’estremità del drappo funebre”, viene sepolto al cimitero Père Lechaise. Nel 1876 le sue spoglie vengono traslate nel duomo di Catania.

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